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12.10.2005
Corriere della Sera :Madame la Presidente

Ségolène Royal è la prima moglie a scegliere di candidarsi in proprio alle prossime presidenziali francesi anche in competizione con il compagno, il segretario ocialista. Ecco come c'è arrivata, scavalcando perfino un certo modello di nome Hillary
Le hanno già affibbiato un’etichetta poco lusinghiera: «candidata per difetto». Non quello di essere una donna. Ci mancherebbe. Sarebbe una novità e forse una carta in più nell’asfittico panorama della politica francese, dominato dalla trentennale carriera di Jacques Chirac, dal machismo nella selezione delle élites e persino dalla misoginia latente dei personaggi più in vista, per i quali le donne contano come compagne fedeli, mogli tradite, amanti più o meno nascoste, quasi mai come possibili concorrenti allo stesso posto. «Candidata per difetto», Ségolène Royal lo è improvvisamente diventata per la somma suicida dei difetti della sinistra: divisioni interne, crisi d’identità, nostalgie marxiste e diffidenze verso il riformismo, ambizioni di troppi leader dimezzati e in cerca di consenso.
Così, fra un’intervista ad effetto e una biografia pubblicata al momento giusto, la signora Royal è improvvisamente salita alla ribalta come possibile aspirante alla presidenza della Repubblica, con il conforto dei sondaggi e l’indiretto sostegno della discussione che ha aperto nel Paese, secondo la regola aurea nel teatrino della politica: purché se ne parli.
Naturalmente, nessun serio conoscitore delle vicende francesi scommetterebbe sul suo successo. La Francia è una «monarchia repubblicana» e i francesi vogliono un «monarca», non una regina, anche se si chiama «Royal». La sinistra è troppo divisa al proprio interno per sperare di strappare la vittoria alla destra, più coesa attorno all’astro nascente del gollismo, il potente ministro dell’interno, Nicolas Sarkozy. Gli apparati contano più dell’opinione pubblica, le candidature nascono dai congressi e da alleanze fra capi corrente.
Tuttavia, a diciotto mesi dalle elezioni, tutto è possibile in una campagna esasperata, contraddistinta da accese rivalità personali e divisioni così profonde da rischiare di favorire lo schieramento avversario. Nemmeno Sarkozy, in testa in tutti i sondaggi, si sente al riparo da imboscate e proprio una donna - la moglie Cécilia che lo ha lasciato - potrebbe minarne immagine e sicurezza. Si può vincere anche per «difetto» degli altri, come è avvenuto nel 2002, quando il presidente Chirac, per quanto al minimo dei consensi, si trovò sul piatto d’argento la vittoria. Il candidato della sinistra fu eliminato al primo turno e Chirac sfidò l’impresentabile Le Pen, il leader dell’estrema destra xenofoba.
E madame Royal ci prova, con un’abile messinscena mediatica che esalta la lettura superficiale delle carte che ha in mano: il suo essere donna, peraltro bella ed elegante; il suo essere madre di quattro figli e compagna inossidabile del segretario del partito socialista, François Hollande; il suo essere dalla parte della donne per le battaglie che ha condotto a favore della famiglia e della parità; il suo essere appunto una sorpresa al femminile, immediatamente accostabile alle donne in ascesa ad altre latitudini, da Hillary Clinton a Cherie Blair, a Angela Merkel. Il sarcasmo serpeggiato persino negli ambienti del suo partito («la presidenza non è un concorso di bellezza») ha avuto l’effetto di accentuare curiosità e simpatia.
In realtà, Ségolène Royal è tutto fuorché una sorpresa nella politica francese. E le sue ambizioni, per quanto coniugate al femminile, sono semplicemente il riflesso di una donna di potere e di partito, che alla politica ha dedicato la sua vita e che oggi vorrebbe raccoglierne il frutto più ambito. La sua carriera, lungo trent’anni di attività, è cominciata proprio nelle stanze dell’Eliseo, essendo una prediletta del presidente Mitterrand che la paracadutò nel collegio «Deux Sevres» nel 1988, a soli 35 anni.
Quattro anni dopo, era già ministro dell’Ecologia. Nel governo socialista di Lionel Jospin fu la responsabile del dicastero dell’istruzione. Ma è al ministero della famiglia, dell’infanzia e dei portatori di handicap, che «madame Royal» lega il suo nome a importanti riforme del diritto di famiglia, come il congedo paternale e la legge sui «pacs» (la legalizzazione delle coppie di fatto), cui essa stessa ricorre, con il compagno della vita, François Hollande. Quando i socialisti passano all’opposizione, Ségolène sfida il primo ministro Jean Pierre Raffarin nel suo feudo elettorale, la regione Poitou-Charentes, e a sorpresa, stravince. Un successo che la proietta nella ristretta pattuglia di quelli che contano nel partito, ben oltre il suo ruolo di compagna del segretario.
Fra i due, il sodalizio cominciato sui banchi dell’università è solidissimo, al punto che i maligni sostengono che la candidatura all’Eliseo sarebbe stata concordata, proprio per sparigliare le carte dei pretendenti e rafforzare quella di Hollande alla vigilia del congresso. Madame Royal non è una sorpresa nemmeno rispetto al modello imperante nella classe dirigente francese: come Hollande, come tanti altri leader politici, come buona parte dei manager pubblici e privati, è uscita anche lei dall’Ena, la scuola di amministrazione francese in cui gli «enarchi» vengono educati alla missione dello Stato e ai valori della Republique.
Ségolène, quarta di otto fratelli, figlia di un colonnello dell’esercito, è nata per caso a Dakar, in Senegal ed è cresciuta in provincia, nei Vosgi e a Nancy. Educazione rigida, principi cattolici, adolescenza in collegio hanno lasciato tracce profonde nel carattere e il senso della fede in una laica, repubblicana e non praticante. L’Ena e la militanza socialista le hanno aperto le porte della società parigina, delle élites politiche e degli ambienti intellettuali. Intelligente, instancabile, sofisticata, madame Royal è l’immagine vivente di una sinistra socialista che seduce la borghesia urbana e scontenta la sua base popolare. Lei non ha nemmeno quella del partito, ma piace alla gente e ai giornalisti.
La destra ha coniato con disprezzo la definizione di «gauche caviar», cui proprio madame Royal ha cercato di sottrarsi tornando a combattere in provincia. Lei, nonostante gli impeccabili tailleur, vuol sembrare diversa dai colonnelli del partito: Strauss Kahn, ovvero il socialismo dei tecnocrati, Jack Lang, ovvero il socialismo intellettuale, Laurent Fabius, ovvero il socialismo di sinistra, ma in cachemire. «Siamo fieri di quello che abbiamo fatto e ancora più fieri di quello che abbiamo ancora da fare», è una sua frase celebre, che riflette convinzioni etiche ed energia da vendere.
Quando il partito perse le elezioni presidenziali, non riuscì a nascondere lacrime e fragilità. Ma lo smarrimento durò lo spazio di un minuto, in diretta televisiva. Poi tornò a combattere.
Massimo Nava
01:25 Publié dans Italie | Lien permanent | Commentaires (0) | Envoyer cette note